Riccardo Vitelli è un cantautore, classe 1985, originario della provincia di Ascoli Piceno.

Dopo anni passati a cantare sottovoce e a scrivere canzoni sul comodino, esce allo scoperto e pubblica il suo primo Ep “Vitelli“, mettendo insieme alcuni dei brani venuti all’amo nell’arco di un lustro.

L’Ep “Vitelli”, uscito il 23 maggio scorso, è stato registrato nella rarefatta atmosfera di una yurta mongola, costruzione mobile in legno nel suggestivo paesaggio naturale che apre verso le montagne del Piceno.

Il percorso musicale di Vitelli inizia in un polveroso appartamento studentesco perugino dove trova una chitarra che tenta di accordare con l’ausilio di una forchetta. Un vorticoso percorso lo vede “far cascina” da Roma a Madrid, per Ascoli e Zurigo, dalla musica nera agli stornelli messicani, dal folk infeltrito ai colori etnici della via Prenestina, dagli schiamazzi del blues arcaico alle melodie dei canti tradizionali.

Di ritorno nella sua città natale, con una manciata di canzoni in tasca, coltiva l’orto e la passione per la musica d’autore. Vitelli canta storie della sua quotidianità, di persone e territori familiari, delle pastoie della vita, di clamori ed abbandoni, di boschi e calanchi.

Lo scorso 20 Luglio, nel mezzo della stagione della mietitura lungo i costoni argillosi ascolani, è uscito il nuovo singolo “Nonno“.

Intervista

Partiamo dal principio, come e quando è nata la tua passione per la musica?

Difficile dire quando è nata. Certamente si è consolidata durante gli anni in cui frequentavo il liceo. Ascoltavo dischi tra i più disparati, li cantavo e li imparavo a memoria. A casa non giravano album e quindi ero sempre lì a procurarmene uno. Iniziai dai Beatles. Poi, verso i vent’anni, è iniziata la mia ricerca. Ho “fatto cascina“, come dicono gli americani. Ho ascoltato di tutto: la musica nera, gli stornelli, la musica del Sud America, il folk del Greenwich Village, l’elettronica, il blues del delta, le melodie dei canti tradizionali, la canzone napoletana. Un’indigestione musicale.

A quale artista ti ispiri? Se potessi scegliere, con quale grande nome ti esibiresti?

Mi ispiro a molti artisti. La curiosità è il motore principale che mi spinge a cercare tra i generi e gli autori (di oggi e di ieri) che non conosco o non ancora approfonditi. E’ combustibile che alimenta l’immaginazione e che può aiutare a tirar fuori qualcosa di nuovo e personale. Si parte sempre da qualcosa. Se dovessi scegliere due nomi, potrei buttare lì due stelle polari: Waits e Dylan. Ovviamente non vorrei mai esibirmi con loro: anche in un ipotetico incontro si rimarrebbe schiacciati dalla pressione gravitazionale di artisti simili. Bisogna mantenersi a debita distanza. Ci sono musicisti e cantautori che stimo molto, forse meno conosciuti al grande pubblico, con cui sarebbe bello collaborare. Io li chiamo grandi artigiani della musica. Ce ne sono tanti in Italia. Toni Bruna, Marco Sforza, Fabrizio Cammarata per citarne alcuni.

Riusciresti a descrivere la tua musica con tre parole?

Lalalala: Spero che le mie canzoni trasmettano la voglia di cantare assieme. La melodia per me è fondamentale in una canzone. Con questo non intendo canzonette o motivetti banali. La semplicità di una forma equilibrata passa sempre per un certo grado di complessità. Lavoro molto su questo aspetto e dal vivo mi piace far partecipare le persone, magari cantando assieme dei passaggi o qualche ritornello, anche coloro che ascoltano le mie canzoni per la prima volta.

Pantone: Ho registrato il mio primo ep all’interno di una yurta mongola. A differenza di un classico studio di registrazione, questo luogo ha conferito uno spettro cromatico alle canzoni e ha dato al suono il suo valore aggiunto. Nelle registrazioni si può sentire sia il colore delle bellissime decorazioni in legno della yurta, sia il calore della stufa a legna. All’esterno il bellissimo paesaggio naturale delle montagne che circondano Ascoli Piceno. Mi piace l’idea di scrivere canzoni a colori, come un pittore usa la sua tavolozza.

Calanchi: nelle mie canzoni cerco di raccontare ciò che ho intorno, quello che vedo e vivo. Distillare queste esperienze nella forma canzone mi permette di individuarne il carattere universale e più ampio. Sono le storie di uomini e donne che vivono i territori in cui sono nato. Persone del quotidiano, come ad esempio i miei nonni o i contadini che hanno impastato il loro sudore con i terreni argillosi delle colline marchigiane.

Nei tuoi brani è possibile ascoltare strumenti diversi, dalla fisarmonica alla tromba fino a diversi tipi di percussione. Come nasce la composizione delle tue canzoni? Oltre alla scrittura dei brani scrivi anche le melodie pensando già a quali strumenti inserire?

La canzone nasce da una serie alchemica di circostanze, spesso indecifrabili. Bisogna predisporre l’armamentario.È come andare a pesca: è necessario andarci ben equipaggiati ed avere poi la pazienza giusta per restare li a cogliere il momento, il pesce più grosso. Spesso vengono fuori brandelli di canzoni che si ributtano a mare. Di rado sei più fortunato.Talvolta parto dall’intuizione di una melodia o di un tema. Altre volte invece parto dallo sviluppo di un concetto o di una storia. Anche il testo di una canzone, comunque, esprime già dentro il seme della melodia. Come Michelangelo ed il blocco di marmo.Scrivo sempre da solo. Gli strumenti che hai citato, di norma, subentrano nella fase dell’arrangiamento. Si cerca di mettere alla prova un pezzo mentre sta imparando a camminare . Se, nonostante tutto, riesce a stare in piedi, allora avrà qualcosa da esprimere. Lì entra l’artigiano. Ma il pezzo saprà già a grandi linee a quali strumenti preferirà accompagnarsi.

Progetto senza titolo

Ogni tuo testo sembra voler raccontare una fiaba, seppur non tutte finiscono con un lieto fine. Eppure in tutte queste storie non sembra esserci spazio per l’amore, cosa insolita per un cantautore. Una scelta artistica o altro?

Non saprei, io ho l’impressione che ci sia un rantolo d’amore in ogni mio testo o canzone. Vedi, se intendiamo l’accezione più ampia, nei miei testi si trovano giovani reginette etniche, gente di mare, scalatori filosofi, clamori di vino, ricordi di infanzia, addii fatti all’ultimo sorso, uomini persi, malattie, letti sfatti. L’amore li comprende tutti. In fondo non faccio altro che parlare d’amore.

Oltre alla musica hai altre passioni?

Mi piace l’arte in generale. Mi piacciono i libri. F. Celine è il mio scrittore preferito. La pittura: per esempio Lucien Freud, Willam Hogart. Il cinema ed il teatro: i film di Jarmush, Klaus Kinski, Carmelo Bene. Altra mia passione è la natura.

Un’App gratuita come quella di iLiveMusic, che mette in contatto musicisti ed organizzatori di eventi, come pensate possa essere utile nel mercato musicale italiano?

Credo che sia una App che si basa su un principio vincente di questi tempi: la condivisione. Molte App hanno avuto successo semplicemente mettendo in contatto le persone e aiutandole a scambiare servizi. Nel mondo dei concerti musicali e dei live questo principio è fondamentale. Certo, ci sono difficoltà strutturali da affrontare, come l’abbondanza di artisti in cerca di un palco e la penuria dei locali che offrono ingaggi, ma queste sono connaturate al mondo musicale di oggi. L’idea c’è: spero che si sviluppi nel migliore dei modi!

Cosa farai nei prossimi mesi? Hai Nuove date, nuove idee di performance, collaborazioni etc etc?

Attualmente mi muovo nella mia zona, provincia di Ascoli Piceno principalmente, per fare concerti acustici chitarra e voce in cui porto le mie canzoni al pubblico.Sto mettendo in piedi una piccola formazione per affrontare al meglio i palchi, che sia agile e che restituisca l’essenza del mio repertorio. Sto anche lavorando al materiale per la pubblicazione di un prossimo album. Dopo l’Ep, questo sarebbe il mio primo disco completo. Sto prendendo dunque il tempo necessario per organizzarmi e poter pubblicare un’opera coerente, di qualità ed al meglio delle mie possibilità.

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