Live concerto di Lucio Corsi @ Teatro Parioli, Roma 19 Ottobre

Per la serie foto inutili che si scattano ai Live concerti con gli smartphone #41, potete non crederci ma lui è Lucio Corsi.

Il Bestiario Musicale sul leggio, aperto. Lo sguardo del cantastorie posato sul volume.
La sua voce introduce le vicende di una civetta, di una lepre, di una volpe, di un’upupa. di un lupo, di un istrice, di un cinghiale, di una lucertola. Ma le pagine sono bianche.

Ieri sera sono stata a scuola di immaginazione da Lucio Corsi. Tutti i bambini del mondo dovrebbero andarci almeno una volta nella vita. Tutti gli adulti e gli anziani del mondo dovrebbero andarci almeno una volta nella vita. Per un sanissimo ripasso di fantasia generale.

Penso a questa cosa in una posizione che mi porto dietro dall’infanzia e che viene fuori istintivamente quando qualcosa mi attrae. Gambe incrociate, gomiti sulle ginocchia e faccia tra le mani. Mentre gli occhi e le orecchie si sintonizzano su ciò che ho davanti. In questo caso, la figura acustica di un aedo contemporaneo. Non è solo un live concerto, è molto di più.

Come i predecessori greci, anche Lucio si serve del pubblico per esercitare il suo mestiere.
Le immagini musicate che propone a chi sta dall’altra parte sono chiare, nette, quasi formulari. Anzi, direi che la reiterazione dei temi e dei motivi è il punto forte. La chiave di volta per apprezzare i brani ed entrarci dentro.

Lucio conti Teatro Parioli roma

È come se la musica si mettesse al servizio del racconto e viceversa per recuperare il legame forse perduto. O forse sottovalutato con l’oralità nella sua essenza.
Un’oralità che ricorda vagamente il mondo antico. Quando, senza poter contare sulla scrittura che tutto conserva, si ripetevano spesso stringhe di parole uguali per imprimere alcuni racconti nella memoria.(salvo qualche piccola ma significativa variazione della struttura base.)

Nel Bestiario è proprio la ripetizione che dà la cifra del cambiamento, del progredire del racconto e delle metamorfosi provvisorie che subiscono gli animali protagonisti.

È così per La volpe che, ingrassata a dismisura, inizia tutte le frasi allo stesso modo e racconta di come sia diventata prima un gigante, poi un uccello, poi ancora un tedesco . Incolpando a turno il tempo, il vento, i gelati.

E’ così anche per Il lupo, malaugurato bersaglio di quanti vorrebbero vederlo crepare. Magari innamorandosi delle donne sbagliate o portato via dall’accalappiacani, dalla luna e dalle stelle tutte.
La bocca del lupo è ingiustamente disprezzata, ci accorgiamo nelle strofe finali. Così calda e accogliente che si potrebbe quasi arredare, salva tutti quanti.
O perL’istrice, i cui aculei si trasformano per ipotesi nel gambo spinoso dei fiori. Vengono venduti a mazzi bianchi e neri, per far compagnia agli innamorati oppure ai morti. pensa che noia, che malinconia.

Poi all’improvviso, uno strappo nel cielo di carta a ricordarci la finzione: “fortuna che non è la realtà, fortuna che è fantasia”.

Un discorso analogo si potrebbe fare per le canzoni tratte da Vetulonia Dakar e Altalena Boy.
Lucio le introduce con lo stesso spirito di sopra, nonostante il cambio d’abito e la situazione scenica leggermente alterata.
È rimasto solo sul palco e adesso chiede al pubblico quali pezzi vorrebbero ascoltare. Racconta la genesi di Søren, nata in un pomeriggio in cui non aveva voglia di studiare per l’interrogazione di filosofia. “È una di quelle canzoni che quando la scrivi pensi crescerà con te. Invece, a distanza di tempo, ti accorgi che non è cambiata e che è rimasta irrimediabilmente legata a quel momento”, commenta.

Decide di non cantare Godzillasu richiesta, perché “è da un po’ che non ci vado più d’accordo”. Accetta però di fare Altalena Boy, svelandoci ancora una volta gli imprevedibili meccanismi che accendono la scintilla creativa. 

Le canzoni di Lucio Corsi ti coinvolgono in un gioco espressione-impressione. Da un lato, la semplicità degli enunciati e la naturalezza con cui vengono espressi. Dall’altro, la rapidità della ricezione, dell’impressione. Si tratta del gioco di un abile paroliere, che riesce a mettere in fila parole scapigliate creando curiose catene di significati.

Tutto appare fluido e allo stesso tempo compatto, in ogni caso armonico. Come il rapporto con la band, che esegue insieme al cantautore solo i pezzi del Bestiario. Sia sul piano visivo che uditivo gli altri musicisti sul palco sono un’unica entità a più facce. Tanto che l’attenzione non viene mai catturata dall’uno piuttosto che dall’altro ma li mette a fuoco contemporaneamente.

In alcuni momenti del concerto, i ragazzi si scambiano occhiate di complicità. Il piacere di fare musica hic et nunc è sensibilmente condiviso e gli spettatori più immersi non possono sfuggire alla sensazione di essere, anche loro, parte di quella sintonia.

Si assiste così a una vera e propria festa degli strumenti e della voce in cui il caos sembra una cosa semplice. Del resto, la bravura di un artista risiede anche nella sua capacità di far sembrare facile ciò che fa per il modo in cui lo fa. Direi che il protagonista di questa festa risponda perfettamente ai requisiti.

Esco dal Teatro Parioli trasformata. Ancora sotto l’incantesimo di Lucio Corsi.
Mi sorprendo a gracchiare, trillare e persino sibilare i motivi di alcune canzoni fino alla porta di casa. Ché mica so cantare io. E mentre percorro le strade semibuie di una Roma che non dorme mai, penso e ripenso alla natura estensibile e metamorfica dell’artista che avevo avuto davanti fino a qualche minuto prima.

Mi dico: qualunque cosa sia questo ragazzo maremmano – un alieno, un marziano, una fata, un animale notturno, una stella – è uno spettacolo fatto voce e chitarra. Una filiforme ed elegante manifestazione del meraviglioso nel comune, della magia a cui non siamo più abituati.