Atmosfere cupe, mistiche e psichedeliche: benvenuti nel magico mondo dei Pain is a Dress. Ascoltando questo duo formato da Nico Schiano (Voce e tasteria) e Lorenzo Coppola (Chitarra), si vive una vera e propria esperienza fantascientifica, quasi extraterrestre. La loro continua ricerca di un sound poco convenzionale, li proietta in un genere, che etichettare semplicemente con “elettronica”, risulta essere scontato e limitante. Siamo di fronte a un quid musicale dalle molteplici sfaccettature: una commistione di generi che entrano in contatto in modo differente nella continua sperimentazione dei Pain is a Dress.

Dopo essere stati selezionati da Casa del Vinile alla seconda serata del contest Incisioni OFF, attraverso l’App Gratuita di iLiveMusic, i Pain is a Dress in esclusiva ci hanno rivelato i progetti per l’anno nuovo, tra cui l’uscita del loro nuovo album “ivi“. Un nuovo progetto nato da mesi di duro lavoro degli artisti, i quali si dicono molto soddisfatti del risultato finale.

Intervista

Come nasce il nome della band?

Volevamo a tutti i costi che una metafora rappresentasse il significato del nostro progetto. Per questo motivo abbiamo scelto il nome Pain is a Dress, ovvero “Il dolore è un vestito”. In poche parole, abbiamo paragonato il dolore ad una sorta di oggetto, come un vestito, che indossiamo nella fase di composizione dei nostri brani. Il nostro intento è quello di trasformare dolore, sofferenza e tutte le esperienze brutte della vita in qualcosa di bello. Le sensazioni negative non sono che un vestito elegante di cui ci si può ammantare per far sì che esse si trasformino in qualcosa di speciale e caratterizzante. Ed è quello che speriamo di fare attraverso la nostra musica.

Siete una band all’avanguardia in continua sperimentazione, questo secondo voi rende difficile la vostra affermazione in un momento musicale in cui il pubblico è abituato all’omogeneità dei generi?

Assolutamente sì! Spesso ci sentiamo fuori luogo, ed è capitato in svariati contesti. Se c’è una cosa che però mai faremmo è quella di adattarci. Riteniamo che l’adattarsi in ambito musicale sia nocivo per l’artista, in quanto sia una sorta di abbandono della propria personalità e del proprio essere. In parole povere, potremmo buttarci sullo stile di Young Signorino, di Calcutta, de Lo Stato Sociale, di Gazzelle o altri, ma risulterebbe una forzatura e non ci riconosceremmo più. Sarebbe come scendere a compromessi, arrendersi. Preferiamo rimanere sulla nostra strada, anche perché la nostra musica è la somma di diversi ascolti (dal punk all’alternative, dal folk all’elettronica), sarebbe davvero difficile produrre qualcosa che non sia un richiamo a questi generi. Per quanto riguarda le abitudini del pubblico in questo periodo, pensiamo che siano passeggere. L’Italia ha attraverso diverse fasi, anche se meno rispetto al resto del mondo. Se così non fosse pazienza, noi continueremmo comunque a fare musica, perché è il nostro bisogno primario.

A testimonianza della vostra originalità siete stati autori anche di un concept album che è stato ripercorso dal cortometraggio “The True story of S.“. Come è nata questa idea? Pensate in futuro di riproporre qualcosa del genere?

NICO: The True Story Of S è il mio progetto finale di Laurea al Bachelor of Arts in Popular Music, ottenuto a Sonus Factory, la mia scuola di musica. È stata sicuramente una grande soddisfazione, il video ha ottenuto tantissimi consensi ed è stato molto piacevole per me, sebbene i contenuti non fossero proprio leggeri. Il mio scopo era quello di sensibilizzare e raccontare un dramma attraverso la musica. Spero di essere stato anche d’aiuto a persone che hanno subito le stesse vicende raccontate nel cortometraggio. Si parla di bullismo, rifiuto, insoddisfazione, omofobia, vicende familiari complesse. Sebbene quel lavoro mi riempia d’orgoglio e gratitudine verso molte persone, non so se lo rifarei. È stato molto impegnativo e stressante, non mi piace poi riproporre sempre le stesse idee. Magari c’è la possibilità che io voglia raccontare altro utilizzando diversi mezzi. Mi piace sperimentare e buttarmi su cose mai provate prima, quindi vedremo.

Riuscireste a descrivere la musica dei Pain is a Dress con tre aggettivi?

Saremmo curiosi di sapere cosa percepisca il pubblico. Le prime tre parole che ci vengono in mente sono malinconica, profonda e speranzosa.

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Cosa ha spinto i Pain is a Dress a partecipare ad Incisioni OFF?

Amiamo suonare e se fosse per noi lo faremmo ogni sera. Ci piace buttarci in queste situazioni in cui vi è quasi sempre un riscontro di persone competenti. Le critiche ci aiutano a crescere e a migliorare, mentre i consensi ci rendono più sicuri di noi stessi. Incisioni OFF ci ha subito attirato anche perché abbiamo visto che si svolge al Marmo, un palco molto caro dove abbiamo suonato molte volte. Il pubblico in questo locale è vario e cambia, e questo ci dà la possibilità di farci ascoltare da più persone.

Un’App gratuita come quella di iLiveMusic, che mette in contatto musicisti ed organizzatori di eventi, come pensate possa essere utile nel mercato musicale italiano?

È decisamente una buona vetrina per gli artisti e facilita sicuramente il rapporto tra noi e gli organizzatori di eventi. Potrebbe essere molto utile nel mercato, poiché potrebbe mettere in contatto discografici o produttori con nuove realtà secondo noi molto più autentiche di quello che vediamo in televisione. Ci sono tanti artisti validi che aspettano solo di essere scoperti ed iLiveMusic potrebbe essere il mezzo per far sì che vengano notati, per cercare di migliorare la proposta del panorama musicale attuale e per aprire molte più possibilità, e soprattutto darle a tutti quegli artisti meritevoli che ci sono.

Propositi per il nuovo anno? Uscirà qualcosa di nuovo?

Ci auguriamo di poter suonare tanto e di far arrivare la nostra musica a più persone possibili. Il 2019 sarà l’anno dell’uscita del nostro album “Ivy”, che non vediamo l’ora di condividere con tutti. Ci abbiamo lavorato tanto e comunque andrà sarà un successo, siamo davvero fieri del risultato.

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